BELFAST

PROSSIMAMENTE
BELFAST
L'AMARCORD DI BRANAGH È SENTITO, DIVERTITO E AMMICCANTE. UNA PICCOLA STORIA PER UN GRANDE PUBBLICO.
BELFAST
(Belfast)
Regia: Kenneth Branagh
Cast: Jamie Dornan, Jude Hill, Caitriona Balfe, Judi Dench, Ciarán Hinds, Lara McDonnell.
Genere: Drammatico, Biografico
Durata: 107 min. - b/n
Produzione: Gran Bretagna (2021)
Distribuzione: TKBC
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Belfast, film diretto da Kenneth Branagh, è ambientato negli anni ’60 durante l’inizio dei Troubles, ovvero il conflitto nordirlandese, che ebbe inizio nel 1968 per durare ben trent’anni.
Il film racconta la storia di Buddy (Jude Hill) un bambino di 9 anni che vive con i genitori (Jamie Dornan e Caitriona Balfe) e i suoi nonni (Judi Dench e Ciarán Hinds), due arzilli anziani, nel North Belfast. La sua famiglia appartiene alla working class, ma dove abita tutti si conoscono e questo fa sì che la famiglia di Buddy sia un po’ in tutta Belfast. Il ragazzino trascorre le giornate nei pressi di un cinema o di fronte la TV a guardare film e programmi americani, che lo portano lontano, oltreoceano.
Siamo verso la fine degli anni ’60, quando la tranquillità respirata a Belfast viene soppiantata da un malcontento generale, che vede schierarsi cattolici contro protestanti. Iniziano rivolte e attacchi, finché tutta la città non diventa lo scenario di un conflitto che porterà inevitabilmente ai tumulti della guerra civile.
L’infanzia di Buddy è segnata, la serenità vissuta fino a quel momento ha lasciato spazio a tante domande. Il bambino si sente come in uno dei suoi film, dove i cattivi e gli eroi si danno battaglia gli uni con gli altri. Vede sua madre cercare con fatica di proteggere la famiglia, mentre suo padre è in Inghilterra per lavoro. Buddy si chiede se sua madre sia disposta a sacrificare il suo passato per il bene dei suoi cari, se i suoi nonni ne usciranno illesi e, soprattutto, se il padre lontano sia quell’eroe di cui hanno bisogno per arrestare la guerra…

Kenneth Branagh guarda all’indietro, al tempo della sua infanzia, e costruisce un sentito omaggio alla città che lo ha cresciuto, alla sua forza d’animo, il suo umorismo particolare, l’allegria e la tensione che ne facevano (ne fanno?) un posto unico al mondo.
Il punto di vista del suo alter ego di nove anni, Buddy, è il filtro attraverso cui passa ogni cosa, reso visivamente con un’inquadratura dal basso che denuncia una tendenza alla didascalia che permea sottilmente tutto il film, e che si ritrova, per esempio, nell’uso del canzoniere di Van Morrison: perfetto, ma appesantito da un uso eccessivo, spesso soltanto a rinforzo delle immagini. Che si tratti di peccati di ingenuità o di velleità poco importa, perché il film procede così convinto e sicuro per la sua strada stilistica, assommando idee che sarebbe più corretto definire trovate (dal bianco e nero dei ricordi si esce solo quando si va al cinema o a teatro, perché l’arte è a colori, ma non la tivù, cattiva maestra) e opinabili strumenti grammaticali (abbondano i primi e primissimi piani), che finisce per avere una sua cifra ben definita, persino un suo gusto, senza dubbio una personalità.
L’esperienza teatrale ha insegnato a Branagh la potenza di fuoco di un buon cast, e in questo caso gli attori tutti, più e meno giovani, accompagnano alla bravura la loro indubbia fotogenia, illuminata dalla fotografia di Haris Zambarloukos, ma a svettare sono soprattutto Judy Dench e Charan Hinds, protagonisti dei momenti più belli dei film, nel ruolo dei nonni.
Nell’amarcord del regista, infine, e nel romanzo di formazione del giovane Buddy, non poteva mancare il cinema: mentre cerca di trovare la propria strada (spronato dai confusi ma terrificanti discorsi del pastore protestante), il piccolo cerca aiuto nei film: “Mezzogiorno di fuoco”, “L’uomo che uccise Liberty Valance”, “Chitty Chitty Bang Bang”, si offrono di volta in volta come modelli di ruolo o alternative di vita, ampliando il bagaglio sentimentale del personaggio e l’orizzonte di senso del film.