Urge

PROGRAMMAZIONE
TERMINATA
Urge
Uno spettacolo necessario, che nasconde l'ironia critica dietro il ritmo martellante di una comicità esplosiva
Urge
(Urge)
Regia: Riccardo Rodolfi
Cast: Alessandro Bergonzoni
Genere:
Durata: 101 min. - colore
Produzione: Italia (2014)
Distribuzione: Exit media
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Un cane magrissimo, vescovi che picchiano con l’enclave, un serpente nano, pantofole in fiamme, una mummia. Sono i personaggi di una realtà assurda immaginata da Alessandro Bergonzoni, che apre così URGE, il film nato durante la messa in scena dell’omonimo spettacolo teatrale. Un uomo di spalle si avvicina al sipario chiuso; posato il cappello sul proscenio ci introduce ai suoi sogni. Con questo semplice gesto sembra invitare lo spettatore a mettersi a proprio agio, a prepararsi ad entrare nelle profondità del teatro che si celano poco dietro, nel Suo teatro. L’universo è quello dei tecnicismi oratori, abitato da animali stravaganti, personaggi assurdi e giochi di parole nascosti dietro una comicità dirompente.
Bergonzoni si barcamena per un’ora e quarantacinque minuti nel regalare suggestioni in un flusso di coscienza senza limiti o controindicazioni. Gioca col linguaggio comune in una continua metafora ironica, fatta di metonimie storpiate e conduttori fuori luogo – nuoce gravemente alla salute – di idee capaci di guidare il genere umano nella riflessione sulla vastità, fino alla creazione di un’iperbole verbale mai puramente retorica. I termini impiegati intesi nella loro accezione letterale vanno oltre l’utilizzo convenzionale, per dar vita a un mondo che è altro da quello reale. Un lungo monologo complicato ma mai noioso, che nel susseguirsi di voli pindarici auspica una nuova relazione con la “punteggiatura interiore” di ognuno di noi. Un film frammentario, in cui si ritorna all’etimologia della parola per decostruire la struttura stessa dell’impianto narrativo.
L’alternarsi dei punti di vista dei cinque dispositivi che seguono – ora impercettibilmente, ora con l’immagine sporca della camera a mano – l’andare e venire dinamico del comico, esalta un montaggio che richiama le sinuose curve verbali del testo. L’impianto registico si erge a oratore, al fianco di Bergonzoni, di un monologo assurdo, in cui i richiami al gergo comune fanno pensare ad un finale della frase scontato, già sentito. Non proprio. Quello che all’apparenza inizia come un sogno dell’attore, scorre come un fiume in piena nella mente di chi cerca di aggrapparsi ad un’immagine ma viene immediatamente rimandato alla successiva. In un via vai ludico di metalinguaggi, dal teatro al cinema, passando per la televisione, si arriva a chiedersi perché un gruppo di animali con un gommone non sia mai stato eretto a protagonista di una sceneggiatura.
L’impeto dell’approccio al testo coinvolge nella ricerca di un significato che vada oltre le vacuità, al di là della costruzione sintattica – anche se la costruzione sintattica risulta fondamentale – per riuscire a comprendere la critica lucida di una società ovattata, rimessa a concetti vuoti. La forma mentis del teatro dell’assurdo è accettata in una sorta di sospensione dell’incredulità, in cui allo spaesamento iniziale si sostituisce una nuova consapevolezza delle possibilità dialettiche del linguaggio. Ecco quindi che il dormiente diviene pensatore silenzioso e i “doveri” si radicalizzano in una sorta di accusa all’apatia: “dov’eri quando sventravano i concetti? e dov’eri quando svuotavano le parole?”.
L’alternarsi di inquadrature strette sul protagonista, anche se a tratti rischia di alienare dal contesto teatrale per avvicinarsi a quello cinematografico, esalta la ricchezza del parlato e contribuisce al ritmo martellante dello spettacolo. Il fondo nero, d’altronde, eleva il protagonista ad un piano quasi ideale, che poco si sposa con l’idea di cinema dettata dal montaggio.
La padronanza del palco di Bergonzoni è valorizzata oltre che dai piani larghi, che concedono allo spettatore la visione totale e quindi la percezione delle movenze dell’attore, dai movimenti di camera a mano, che si avventurano sul palco seguendolo attraverso la scenografia spartana. In un crescendo di recitazione che si fa man mano più tangibile, egli effettua un richiamo alla realtà ben lontano dal “pallino delle bocce” del principio, arrivando ad una costruzione linguistica definita, tradotta in vera e propria resa attoriale di dialogo tra le parti – poco importa che queste siano un cormorano chiuso in un termosifone, e il detentore della parola chiave in grado di liberarlo.
Uno spettacolo URGEnte, necessario, che si conclude lì dov’era iniziato, sul proscenio, con l’uomo vestito di nero che raccoglie il cappello e sparisce dietro le pieghe del sipario chiuso.