FLEE

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TERMINATA
FLEE
Candato a tre premi Oscar: miglior film internazionale-miglior film d'animazione- miglior film documentario
FLEE
Regia: Jonas Poher Rasmussen
Cast: Daniel Karimyar, Fardin Mijdzadeh, Milad Eskandari, Belal Faiz, Elaha Faiz
Genere: Documentario, Animazione, Biografico,
Durata: 89 min. - colore
Produzione: Danimarca, Francia, Svezia, Norvegia (2021)
Distribuzione: I Wonder Pictures
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Amin Nawabi è un accademico danese trentenne di origine afghana. Facendo ricorso all’animazione, il film segue la sua vita nel presente – la relazione col fidanzato, l’ambizione professionale, la difficoltà ad avere una vita stabile – e ascolta dalla sua voce il passato a lungo taciuto: l’infanzia in Afghanistan nel 1984, l’arresto del padre, la guerra civile dopo la ritirata dell’Urss, la fuga a Mosca nei primi anni ’90 con madre, fratello e due sorelle, un viaggio della speranza verso la Svezia e una deportazione, le attese infinite e poi, infine, l’arrivo in Danimarca con una storia familiare inventata come sola condizione per essere accettato in quanto rifugiato… Chi è veramente Amin? E come riuscirà a fare i conti con la sua storia familiare?

La ferita interiore di un uomo è tradotta visivamente dal film con un disegno animato vario, che dal realismo dei dialoghi e del racconto documentario passa al tratto indefinito e impressionista dei traumi, del dolore senza volto e senza voce, se non quella dell’urlo indescrivibile del potere e del male.

Flee è la storia di un incontro: del regista Jonas Poher Rasmussen con quello strano ragazzo che, sul treno che portava entrambi a scuola, sedeva solo con lo sguardo fisso davanti a sé; e di quello stesso ragazzo di origine afghana, di nome Amin, che nel corso degli anni ha trovato di raccontare all’amico la sua storia. Flee è un documentario d’animazione, genere oggi molto frequentato (ad esempio Ancora un giorno, sui reportage di Ryszard Kapuscinski), che usa il tratto a disegno per mettere una distanza tra l’obiettivo della macchina da presa e l’intimità del protagonista.

Nei suoi oltre trent’anni di vita Amin ha a lungo mentito per necessità e per paura, e non solo perché non è stato, come dichiarò alla frontiera danese per farsi accogliere, un rifugiato politico. Amin, che a quella frontiera ci è arrivato solo, lasciando la madre e un fratello a Mosca, con un altro fratello e due sorelle emigrati in Svezia, è anche omosessuale, e la sua identità l’ha a lungo taciuta, non a sé stesso, ma alla sua famiglia. Il cinema è dunque per lui l’occasione per una liberazione, un’immagine che per una volta non imprigiona ma solleva da un peso.